Quando la propaganda smette di sembrare propaganda e diventa contenuto, emozione, atmosfera.

C’è una differenza sostanziale tra usare i meme per fare politica e usare i meme per riscrivere il campo percettivo dentro cui la politica viene letta. Gli Stati Uniti, nella loro versione più tipica, trattano la meme warfare come un’estensione dell’intrattenimento: un modo per entrare nel feed, ammorbidire il messaggio, renderlo pop, rendere il potere un po’ più digeribile e un po’ meno istituzionale. L’Iran, invece, sembra muoversi in un’altra direzione, più ruvida e più aggressiva, dove il meme non serve a rendere simpatica la politica ma a far sembrare fragile l’avversario, a sporcare la sua immagine, a insinuare che il centro del mondo non sia più quello di prima.

Ed è qui che il gioco diventa interessante. Perché la propaganda iraniana sui social non assomiglia alla propaganda nel senso vecchio del termine. Non ha il tono rigido del comunicato, non ha la distanza del ministero, non ha nemmeno la compostezza di chi vuole convincere con autorevolezza. Ha piuttosto il passo del contenuto virale, la furbizia del post pensato per essere condiviso, la cattiveria di una battuta che si fa passare per scherzo mentre sta facendo un lavoro molto preciso: spostare la percezione. Gli account diplomatici iraniani, soprattutto su X, sembrano aver capito che oggi il potere non si esercita solo con i missili o con i negoziati, ma anche con la capacità di colonizzare il linguaggio della rete.

Meme e frame

Negli Stati Uniti il meme è spesso una forma di autoprotezione narrativa. Serve a creare identità, a rafforzare una linea, a stare dentro la cultura pop senza sembrare completamente scollegati dal presente. È intrattenimento con una funzione politica. In Iran, almeno in questa fase, il meme sembra più una forma di guerriglia simbolica: non abbellisce il conflitto, lo intensifica. Non cerca di rassicurare, cerca di destabilizzare. Non punta a sembrare cool, punta a sembrare inevitabile. E questa differenza è enorme, perché cambia completamente il rapporto tra il messaggio e chi lo riceve.

Le immagini e i video che arrivano dagli account iraniani funzionano proprio per questo. Sono costruiti per sembrare leggeri, ma dentro hanno una struttura molto più dura: ridicolizzano gli Stati Uniti, prendono in giro Trump e il mondo MAGA, insinuano che l’ordine occidentale sia stanco, confuso, meno solido di quanto voglia sembrare. Il punto non è soltanto attaccare un nemico. Il punto è farlo apparire goffo, fuori fase, già sconfitto sul piano della narrazione. In un’epoca in cui la percezione spesso precede i fatti, questo conta quasi quanto una vittoria diplomatica.

La leva italiana

Dentro questa strategia si inserisce anche il modo in cui l’Iran ha cercato di parlare all’Italia. Dopo le decisioni di Giorgia Meloni e il conseguente clima di tensione con Washington, alcuni messaggi iraniani hanno provato a costruire una piccola ondata di vicinanza simbolica verso Roma, con toni che mescolano ironia, riconoscenza e un certo gusto per il colpo di scena diplomatico. L’idea è semplice ma efficace: se l’Italia si muove, anche solo simbolicamente, fuori dall’asse più rigido con Stati Uniti e Israele, allora può diventare un pubblico da sedurre, o almeno da blandire. E quando quel messaggio viene confezionato con il linguaggio dei social, la reazione può trasformarsi rapidamente in una wave di ottimismo e positività tra gli utenti italiani, soprattutto tra chi legge quei segnali come una forma di autonomia, di equilibrio, perfino di dignità nazionale.

Questo è un passaggio importante, perché mostra la parte più sofisticata della propaganda meme: non serve solo a colpire il nemico, serve anche a creare piccole sacche di consenso trasversale. Un post ben calibrato può far sentire una parte del pubblico meno sola, meno allineata, più “vista”. E nel caso italiano questo funziona ancora meglio, perché Roma è sempre terreno fertile per le ambiguità diplomatiche, per le letture laterali, per il piacere tutto nostrano di interpretare una svolta come segnale di indipendenza. L’Iran lo sa, e prova a usare questa sensibilità come leva narrativa.

Sovversione del frame

La differenza con gli Stati Uniti, allora, non è solo nello stile. È nella direzione del gesto comunicativo. Gli USA, quando fanno meme warfare, tendono a voler occupare lo spazio dell’attenzione. L’Iran sembra volerlo deformare. Gli americani cercano di stare dentro la cultura digitale; gli iraniani cercano di usarla contro chi l’ha resa dominante. Il primo approccio è più spettacolare, il secondo più corrosivo. Il primo vuole partecipare al gioco, il secondo vuole cambiare il tavolo.

E infatti la propaganda iraniana non ha quasi mai l’aria del contenuto innocente. Anche quando fa sorridere, anche quando sembra un gioco, conserva sempre una punta di veleno. È una comunicazione che sa benissimo di essere comunicazione strategica, solo che la maschera bene. Il meme diventa un cavallo di Troia: entra con il tono della leggerezza e fa passare dentro una visione del mondo in cui l’Occidente è meno compatto, gli Stati Uniti meno centrali, Israele più esposto, e l’idea stessa di ordine globale molto più fragile di quanto sembri.

Per questo la meme warfare iraniana funziona in modo diverso da quella americana. Non è soltanto più aggressiva o più audace. È più chiaramente orientata alla sovversione del frame. Non vuole soltanto far parlare di sé; vuole far parlare gli altri con la sua grammatica. E quando riesce a farlo, anche solo per qualche ora, ha già ottenuto un risultato enorme.

La cosa più interessante è che questo tipo di comunicazione non ha bisogno di convincere tutti. Basta che sposti un po’ il senso comune, che lasci un’impressione, che faccia sembrare plausibile un’idea prima marginale. È qui che entra la forza della propaganda moderna: non ti chiede di credere, ti chiede di sorridere, condividere, reagire. Poi il resto viene da sé.

E in questo momento, tra meme, video virali e messaggi diplomatici travestiti da contenuti da feed, l’Iran sembra aver capito una cosa molto semplice: nella guerra dell’attenzione, il tono giusto può valere quasi quanto la forza bruta. L’Iran sfrutta i meme per far sembrare il potere già incrinato. E quando una parte del pubblico italiano legge dentro quei messaggi una vicinanza nuova, o almeno una postura meno rigida verso Roma, la propaganda smette di essere solo propaganda e diventa atmosfera.