Dio è morto.

Nietzsche l’aveva detto.

Poi abbiamo aperto un profilo Instagram.

I vizi capitali sono sopravvissuti benissimo.

Anzi.

Non sono mai stati così in salute.

Hanno cambiato ufficio stampa.

Hanno assunto un social media manager.

Hanno imparato a usare ChatGPT.

Si sono rifatti il logo.

E soprattutto hanno smesso di chiamarsi vizi.

Ora si chiamano stile di vita.

I. L’ACCUMULO

Non vogliamo più essere ricchi.

Vogliamo essere inarrivabili.

Il superlusso non serve a comprare cose.

Serve a comprare distanza.

L’orologio non segna il tempo.

Segna chi può sprecarlo.

La borsa non contiene oggetti.

Contiene gerarchia.

Il jet privato è una bestemmia aerodinamica.

Una dichiarazione filosofica.

Io non faccio la fila.

Io non aspetto.

Io non condivido.

Per secoli il paradiso è stato collettivo.

Adesso ha un ingresso VIP.

II. LA PRESTAZIONE

Dormire è sospetto.

Riposare è sospetto.

Stare fermi è sospetto.

Ogni minuto deve produrre qualcosa.

Corpi scolpiti.

Menti efficienti.

Meditazione ottimizzata.

Sesso performante.

Cibo funzionale.

Passioni monetizzabili.

Persino la spiritualità è diventata una routine mattutina.

Il peccato non è più l’eccesso.

È l’inutilità.

La confessione moderna?

“Scusa, oggi non sono stato produttivo.”

III. LA GOLA SENZA FAME

Mangiamo senza fame.

Compriamo senza bisogno.

Scorriamo senza curiosità.

Guardiamo senza vedere.

Consumiamo per il gesto del consumare.

Volere per il volere.

Desiderare il desiderio.

Una fame senza oggetto.

Come se il capitalismo avesse scoperto che il cliente perfetto è quello eternamente insoddisfatto.

Una slot machine con la carta contactless.

IV. LA LUSSURIA ALGORITMICA

Mai così tanto sesso.

Mai così poca intimità.

Mai così tanti corpi.

Mai così poca pelle.

App che promettono connessioni e distribuiscono cataloghi.

Persone che si desiderano come si desiderano le sneakers.

Un click.

Un match.

Una consegna.

Un ghosting.

L’altro non è più un mistero.

È un’interfaccia.

E la pornografia più diffusa non è quella esplicita.

È quella dell’ego.

Guardami.

Desiderami.

Convalidami.

Dimenticami.

Ripeti.

V. L’INDIGNAZIONE

L’ira si è laureata.

Ha imparato il lessico giusto.

Ha scoperto gli screenshot.

Siamo contemporaneamente troppo sensibili e completamente anestetizzati.

Il politicamente corretto.

Il fingersi politicamente scorretti.

L’offesa performativa.

L’indignazione professionale.

Tutti censori.

Tutti perseguitati.

Tutti rivoluzionari.

Tutti moderatori del pensiero altrui.

Gridiamo contro il conformismo usando le stesse identiche parole degli altri.

La ribellione prodotta in serie.

VI. LA CONQUISTA

L’uomo vuole Marte.

Naturalmente.

Perché la Terra non gli basta.

Non bastavano i continenti.

Non bastavano gli oceani.

Non bastavano le montagne.

Abbiamo piantato bandiere ovunque.

Adesso guardiamo il cielo con lo stesso entusiasmo immobiliare.

L’universo ridotto a opportunità di espansione.

Colonizzeremo anche i pianeti.

Senza aver ancora imparato a convivere sul pianerottolo.

L’epica della conquista.

L’infantilismo del conquistatore.

“Ancora.”

Sempre.

Ancora.

VII. LA SUPERBIA DELLA VITTIMA

Questo è il vizio più raffinato.

Sentirsi superiori attraverso la sofferenza.

Più puri.

Più consapevoli.

Più oppressi.

Più svegli.

Più lucidi.

Più veri.

Più dalla parte giusta della storia.

L’ego ha imparato a travestirsi da morale.

Non vuole essere ammirato.

Vuole essere assolto.

Tutti eccezionali.

Tutti speciali.

Tutti convinti di essere l’unica eccezione alle regole che impongono agli altri.

Eppure.

Nonostante tutto.

Nonostante il lusso osceno.

Le facce rifatte.

Le droghe eleganti.

Le guerre culturali.

I miliardari che sognano Marte.

Le persone che trasformano l’identità in brand e il dolore in contenuto.

C’è qualcosa che continua ostinatamente a sopravvivere.

Le persone che si fermano.

Quelle che si vergognano ancora un po’.

Quelle che cambiano idea.

Quelle che raccolgono da terra i valori caduti senza fotografarsi mentre lo fanno.

Quelle che rinunciano ad avere ragione.

Quelle che non vogliono sempre di più.

Quelle che ogni tanto spengono tutto.

Forse la speranza del Terzo Millennio non è diventare migliori.

Forse è ricordarsi di essere umani in un’epoca che ci vuole infiniti, impeccabili, desideranti e performanti.

I vizi capitali non sono scomparsi.

Hanno aperto una startup.

Ma, ogni tanto, possiamo ancora scegliere di non investire.