È straordinario vedere milioni di persone ossessionate dall’idea di essere sé stesse mentre si trasformano progressivamente nella stessa identica persona.

Apri Instagram. Scorri. Una ragazza. Poi un’altra. Poi un’altra ancora.

A un certo punto il cervello smette di riconoscere gli individui e inizia a vedere un template.

Le stesse labbra. Gli stessi zigomi. La stessa mandibola. Lo stesso sguardo.
Lo stesso culo fotografato come se l’intera civiltà occidentale avesse ricevuto le medesime istruzioni operative.

Più che un social network sembra una catena di montaggio dell’identità. La differenza è che nessuno si sente operaio.

Tutti si sentono artisti.

Goebbels sosteneva che la propaganda migliore fosse quella che smette di sembrare propaganda. Non quella che ti obbliga. Quella che ti convince di aver scelto liberamente.

E forse il vero capolavoro culturale del ventunesimo secolo non è politico. È estetico.

Nessuno obbliga nessuno a rifarsi. Nessuno impone filler. Nessuno impone botox. Nessuno impone zigomi. Nessuno impone labbra. Eppure eccoci qui. Milioni di persone che convergono spontaneamente verso lo stesso volto.
Come stormi. Come sciami. Come aggiornamenti software distribuiti contemporaneamente su scala globale.

La cosa più divertente è che continuiamo a chiamarla bellezza. Non c’entra niente con la bellezza. La bellezza è imprevedibile. La bellezza è anomalia. La bellezza è quel difetto che ti fa ricordare qualcuno.
Qui siamo altrove. Qui siamo nel regno della compatibilità. L’obiettivo non è essere più belli.

L’obiettivo è essere sufficientemente simili da non risultare sbagliati.
Non essere la più bella della stanza. Non essere la più brutta. Essere al sicuro.

Essere statisticamente accettabile. Essere dentro il range.

La mediocrità estetica elevata a progetto esistenziale.

A trent’anni ormai esistono persone che hanno una fronte meno mobile di una homepage aziendale. Non si muove niente. Non sale niente. Non scende niente.

Una faccia dovrebbe essere un paesaggio.

Sta diventando una dashboard. Ogni emozione viene filtrata. Corretta. Ottimizzata. Normalizzata. La rabbia sparisce. La sorpresa sparisce. L’età sparisce. Rimane soltanto una superficie perfettamente levigata. Come se il volto umano fosse diventato un problema di user experience.

Per anni ci hanno raccontato che il futuro sarebbe stato il biohacking. L’uomo aumentato. L’essere umano migliorato dalla tecnologia. Nessuno aveva specificato che il risultato finale sarebbe stato una popolazione di persone che si iniettano neurotossine per sembrare una versione premium di un filtro Instagram.

Cyberpunk. Ma senza la ribellione. Solo il cyber.

La cosa affascinante è che questa ossessione non nasce dall’amore per sé stessi.

Nasce dal terrore.

Terrore di invecchiare. Terrore di essere esclusi. Terrore di sembrare stanchi.

Terrore di sembrare normali. Soprattutto normali.

Perché oggi una ruga non è una ruga. È una notifica. Ti comunica che stai perdendo valore nel mercato dell’attenzione. E il mercato dell’attenzione è l’unica religione che prendiamo ancora sul serio.

Byung-Chul Han scriveva che la società contemporanea non funziona più attraverso il divieto. Funziona attraverso la prestazione. Nessuno ti dice cosa non devi essere. Ti mostrano continuamente cosa dovresti diventare. Più sottile. Più elegante. Più efficiente. Più desiderabile. Più giovane. Più fotogenico. Più vendibile. Più tutto. Fino a quando non capisci più dove finiscono i tuoi desideri e dove comincia la pubblicità.

Instagram è una macchina straordinaria. Non vende bellezza. Vende insicurezza processata industrialmente. Prende una paura. La amplifica. La monetizza. La restituisce sotto forma di soluzione. Poi ricomincia.

Una ruga genera un trattamento. Un trattamento genera uno standard. Uno standard genera un’ansia. Un’ansia genera un mercato.

È probabilmente uno dei modelli economici più eleganti mai progettati. Una centrale nucleare alimentata da autostima.

Il risultato è una società che parla continuamente di diversità mentre produce cloni. Persone convinte di esprimere sé stesse utilizzando lo stesso filtro. Lo stesso medico. Lo stesso tutorial. Lo stesso volto.

La più grande ironia del Terzo Millennio è questa. Abbiamo passato decenni a combattere contro l’omologazione culturale. Poi abbiamo deciso di praticare quella biologica. Volontariamente. Con appuntamento.

Forse il botox non serve a fermare il tempo. Serve a fermare le differenze.

È la prima arma biologica veramente democratica della storia. Non colpisce una classe sociale.
Non colpisce un partito. Non colpisce una religione. Colpisce la singolarità. Una puntura alla volta.

E la cosa più straordinaria è che la fila per farsela è volontaria.

Se il sistema vuole copie perfette, l’atto più sovversivo che ti resta è tornare a essere irripetibile.