L’Italia non è stata conquistata.
Si è regolata.

Nessuna guerra civile.
Nessun colpo di Stato.
Nessun dittatore al balcone.
Nessun incendio da trasmettere.
Solo una lunga sequenza di piccoli adattamenti, firmati con il sorriso.

Una parola tolta.
Un simbolo spostato.
Una sala chiusa.
Una libertà diventata fastidio.

Le cose non sono precipitate.
Si sono accomodate.

Come una coperta nuova:
all’inizio punge,
poi scalda,
poi non sai più dormire senza.

Nel 2072 il Papa governa insieme a un Ayatollah romano.
È cresciuto a Tor Bella Monaca.
Ha imparato il Corano da adulto e Pasolini da ragazzo.
Conosce le Sure e le bestemmie dei meccanici.
Cita Sant’Agostino e Califano nella stessa frase.
Ha il rigore morale di un inquisitore e la volgarità rassicurante dei vecchi democristiani.

I telegiornali lo adorano.
Le nonne lo adorano.
I tassisti lo adorano.
I ragazzi imitano i suoi sermoni su TikTok.
Dice che Dio non divide: organizza.
Che la fede non limita: orienta.
La chiamano Teocrazia Mista Partecipata. Naturalmente nessuno la chiama teocrazia.
La chiamano responsabilità.

Milano è diventata la città più elegante d’Europa.
Le donne hanno scelto l’hijab.
Scelto.
Nessuno si stanca di ripeterlo.
Le campagne pubblicitarie parlano di riservatezza come nuovo lusso,
di mistero come emancipazione,
di protezione come empowerment.

Seta italiana.
Ricami francesi.
Collaborazioni con maison storiche.
Brera è piena di boutique dedicate al pudore.
I tessuti non nascondono: comunicano.
Status.
Purezza.
Appartenenza.
Ogni epoca inventa la propria uniforme e la chiama libertà.

A Torino sorgono le moschee più belle del continente.
Cupole progettate dagli archistar.
Minareti ecosostenibili.
Biblioteche interne.
Fontane zen.
Luce naturale.
Marmo bianco.
Calligrafie dorate.
Le scolaresche entrano in silenzio.
I turisti piangono davanti alle geometrie perfette e comprano calamite nel gift shop.

I piemontesi ne parlano con orgoglio:
“Finalmente qualcosa che resterà.”
La bellezza ha sempre assolto il potere.
Dio ha finalmente trovato un ottimo ufficio marketing.

Firenze si sta lentamente spegnendo.
Gli Uffizi aprono solo alcuni giorni alla settimana.
Le sale vengono chiuse progressivamente.
I Botticelli entrano nei depositi.
I Caravaggio vengono spostati.

Mancano fondi.
Mancano visitatori.
Manca interesse.

Le guide raccontano, a gruppi sempre più piccoli, che un tempo la civiltà occidentale credeva nella centralità dell’uomo.
I ragazzi ascoltano distrattamente,
poi tornano a casa e guardano contenuti da dodici secondi.
Michelangelo non è stato censurato.
Semplicemente non serve più.
L’indifferenza è la forma più pulita di distruzione.

A Bologna gli studenti pattugliano le strade.
Gli stessi portici che ospitavano assemblee permanenti.
Gli stessi corridoi dove si insegnava che comprendere fosse sempre più importante che giudicare.
I figli dell’accoglienza hanno smesso di credere nelle parole che li hanno cresciuti.
Non perché siano diventati cattivi,
ma perché si sentono traditi.

Dalla politica.
Dai professori.
Dai giornalisti.
Dalla promessa che bastasse essere giusti per ottenere ordine.
Organizzano ronde.
Parlano di sicurezza.

Recuperano parole che i loro genitori avevano seppellito.
In televisione li chiamano nostalgici,
anacronistici,
relitti.
La televisione ride sempre qualche anno più del necessario.
I ragazzi abbassano lo sguardo,
poi continuano il giro.

La sigla LGBTQ non esiste più.
Non è stata vietata: è evaporata.
Assorbita. Digerita.
Sostituita da una parola più elegante: discrezione.

L’amore è tornato privato.
Il desiderio, silenzioso.
“Non abbiamo bisogno di etichette”, ripetono gli editoriali.
Le persone continuano ad amarsi,
a nascondersi,
a mentire,
a sperare.
Ma senza linguaggio.
E ciò che non possiede un linguaggio smette lentamente di esistere, anche nella memoria.

La cosa più inquietante è che nessuno sembra particolarmente infelice.
I supermercati sono pieni.
I treni arrivano quasi in orario.
Le città sono pulite.
Le famiglie cenano insieme.
I vecchi passeggiano.
I ragazzi bevono ancora troppo.
La gente va al mare,
pubblica fotografie,
si lamenta del traffico.

L’Italia ha ritrovato una forma di pace.
Tiepida.
Educata.
Senza domande.
Perché il dubbio, nel 2072, è considerato una cattiva abitudine del secolo precedente.

Italia, 2072.
Le campane suonano.
I muezzin chiamano alla preghiera.
I bar servono caffè troppo amari.
Le madri si preoccupano.
I figli deludono i padri.
Le persone continuano ad avere paura della morte e bisogno d’amore.
Tutto funziona abbastanza.
Ed è questo il terrore.

La distopia non è arrivata con gli stivali.

È arrivata con i moduli compilati bene,
con i quartieri più sicuri,
con i musei vuoti,
con le parole sparite,
con le libertà diventate imbarazzanti.
Niente è davvero esploso.
Niente ha fatto abbastanza rumore.

Il Paese ha smesso di resistere senza accorgersene.
E quando qualcuno, ogni tanto, chiede cosa sia successo,
nessuno sa rispondere.

Perché ormai lo chiamano tutti

progresso.