di Cornelio Tancredi
@cornelio_tancredi
Rifugiarsi nella reazione terminologica del semplice prefisso «anti-» è ontologicamente e strategicamente un errore.
Si sa.
L’infatuazione accademica e popolare per i «post» (post-capitalismo, postmodernità) è fortunatamente tramontata, mentre quella per i «trans» (transumanesimo) non ha trovato lo spazio concettuale necessario per imporre la propria dottrina alle teste vuote.
L’identità si è relativizzata, lasciando ampi margini di manovra a chiunque, spogliato di sé, desideri appartenere a sottoculture fittizie e transitorie.
In questo panorama, l’«uomo performativo» rappresenta la risposta ideata dal grande apparato ginocratico e tecnico per plasmare un individuo accettabile, mondando il suo cuore da ogni residuo di violenza e di volontà di potenza.
Il prototipo umano di questa figura è di norma il white collar.
Immerso tra aria condizionata e piante ornamentali all’interno di asettiche sale briefing, imbevuto di una retorica tardo-marxista anni ‘70 ormai arrugginita e ingenua, pontifica sul rispetto del diritto internazionale e sulla «tossicità» della società maschile, mentre ascolta sonorità minimali in bilico tra una foresta pluviale e un complesso siderurgico sovietico.
La sua stessa sofferenza è diventata una posa contabile, esteticamente performa l’ansia, performa il burnout, performa persino la propria fragilità per monetizzare capitale empatico nei salotti aziendali.
È l’atleta dell’iper-consapevolezza innocua, capace di dissezionare le proprie emozioni con la freddezza di un foglio Excel, convertendo il dramma dell’esistenza in un comodo kit di autosostegno a prova di HR.
La tragedia dell’uomo performativo non sta tanto nel suo servilismo, quanto nel suo tragico fraintendimento della realtà, difatti egli scambia la conformità per trascendenza. Pensando di essersi liberato dalle catene della mascolinità arcaica, si è soltanto consegnato a un totale addomesticamento procedurale.
Ha sostituito il cimento tragico della vita con la compliance burocratica.
Una mascolinità disgiunta dalla violenza e dalla ricerca del potere è un’impossibilità concettuale, da notare é che persino nell’ascesi mistica dello svuotamento esse restano indispensabili per disciplinare lo spirito lungo la via della morte dell’ego.
Più che pacificati, si è soltanto addomesticati attraverso dottrine da vetrina e posture d’esistenza di plastica.
Per secoli e millenni, la Tradizione ha fornito l’architettura metafisica e biologica di ciò che l’uomo doveva essere; una verità incarnata nella prassi del lavoro rurale e nei canti antichi, vissuti sul campo e non intellettualizzati per faziosità erudita o per un illusorio desiderio di distinguersi.
Si assiste così al declino di uomini effeminati che scivolano nell’incapacità di creare, accontentandosi di simularne l’atto.
Poiché ancora una volta, nella piena età del ferro, l’estetica sovrasta ogni categoria metafisica, ogni morale e ogni virtù superiore.