Appunti da un Paese che internet ha trasformato in un’estetica
L’estate iraniana è arrivata su internet prima ancora che nelle strade.
Prima i meme, poi le mappe, gli esperti, gli anime.
Poi i bombardamenti.
L’ordine ormai è sempre questo.
La guerra arriva soltanto quando il feed è pronto.
Per qualche settimana l’Iran è diventato il centro del mondo.
O meglio.
Il centro dell’algoritmo.
Su X ogni account era un analista militare.
Su TikTok la geopolitica si spiegava in quarantacinque secondi.
Su Instagram gli F-35 volavano con la musica synthwave.
Su Telegram comparivano mappe che nessuno sapeva leggere.
Su Reddit qualcuno aveva già ricostruito la Terza Guerra Mondiale usando i LEGO.
Internet riesce a fare una cosa straordinaria.
Trasformare qualsiasi tragedia in un linguaggio.
Poi c’erano i meme.
Hormuz chiude e riapre.
Il petrolio sale e scende.
Il mondo finisce e ricomincia.
Ogni scenario produceva una battuta, una reaction, un template.
La meme warfare è probabilmente l’unica guerra che l’Occidente combatte con entusiasmo.
Nel mezzo c’è stato anche il Mondiale.
Iran eliminato senza perdere.
Tre pareggi.
Fuori.
Una di quelle ingiustizie perfette che solo il calcio sa produrre.
Intorno, una FIFA imbarazzata e imbarazzante.
Visti negati.
Logistica spezzata.
Una nazionale trattata come un problema diplomatico prima ancora che sportivo.
Taremi, in conferenza stampa, aveva la faccia di uno che non stava parlando solo di calcio.
Stanco.
Incazzato.
Come se dicesse: ci avete messo dentro un torneo, ma anche dentro una gabbia.
Per un attimo l’Iran non era regime, meme o mappa.
Era una squadra eliminata male.
Un capitano che non abbassa lo sguardo.
Un Paese compresso tra geopolitica, pallone e umiliazione amministrativa.
E invece i volti?
Reza Pahlavi.
Sempre elegantissimo.
Sempre sorridente.
Con quella faccia da zio che ha appena parcheggiato il SUV davanti a un circolo di golf.
Per alcuni era il futuro.
Per altri un fantasma.
Per altri ancora soltanto un meme ben vestito.
Anche i pretendenti al trono, nel Terzo Millennio, devono sopravvivere agli algoritmi.
Dall’altra parte gli Ayatollah.
Sembrano appartenere a una categoria biologica diversa.
Leader eterni. Immobili.
Come se il tempo, davanti al potere assoluto, avesse deciso di rallentare.
L’Occidente cambia governo ogni diciotto mesi.
Loro cambiano occhiali.
E forse è anche questo a esercitare una strana fascinazione.
Non la repressione.
La permanenza.
Viviamo in un’epoca che cambia tutto ogni settimana.
Chi resta fermo finisce quasi per sembrare rivoluzionario.
Nel frattempo milioni di ragazzi iraniani continuavano a fare quello che fanno tutti i ragazzi del mondo.
Ascoltavano musica.
Si innamoravano.
Ridevano.
Studiavano.
Aggiravano VPN.
Sognavano Berlino o Shiraz.
Oppure nessun altro posto.
Soltanto una vita.
Ma internet preferisce gli Stati alle persone.
I missili ai compleanni.
Le mappe ai volti.
Ogni guerra produce immediatamente due tifoserie.
La complessità è troppo pesante da condividere.
Molto meglio scegliere una bandiera.
Cambiare la foto profilo.
Pubblicare una storia.
Diventare esperti di Persia in quarantotto ore.
Il Medio Oriente è probabilmente il luogo più analizzato del pianeta.
E uno dei meno ascoltati.
Sotto il cielo di un’estate iraniana convivono troppe cose per entrare in un hashtag.
Le ragazze che si truccano davanti allo specchio.
I ragazzi che ascoltano trap.
Le madri che aspettano.
Gli anziani che ricordano lo Scià.
Chi rimpiange la monarchia.
Chi odia gli Ayatollah.
Chi li difende.
Chi vorrebbe soltanto decidere della propria vita.
Ma tutto questo funziona male online.
Una persona è difficile da condividere.
Un meme no.
Forse il problema non è che internet banalizzi la guerra.
Lo ha sempre fatto.
Il problema è che ormai banalizza anche i popoli.
Gli iraniani diventano “il regime”.
Gli americani “l’impero”.
Gli israeliani “l’Occidente”.
Gli arabi “il Medio Oriente”.
Ottantacinque milioni di persone compressi dentro una didascalia.
Sotto il cielo di un’estate iraniana continuano a cadere ombre.
Alcune sono quelle degli aerei.
Altre sono quelle degli algoritmi.
Le seconde fanno meno rumore.
Ma durano molto più a lungo.
Perché quando la guerra finirà, internet avrà già trovato un altro conflitto da trasformare in intrattenimento.
L’Iran tornerà lentamente a essere ciò che era prima.
Un Paese complesso.
Contraddittorio.
Bellissimo.
Doloroso.
Mentre noi ricorderemo soltanto i LEGO, Hormuz, Taremi, la faccia buffa di Pahlavi.
E forse è proprio questa la vittoria più silenziosa dell’algoritmo.
Non convincerci.
Ma insegnarci a dimenticare troppo in fretta.