Un viaggio nell’economia nascosta dei gruppi Facebook che ruotano attorno a Giorgia Meloni

Scorri.

Un post con la foto di Giorgia Meloni.

Sotto, centinaia di commenti.

Bandierine, insulti, applausi, slogan.

Scorri ancora.
Un altro gruppo. Stessa immagine. Stesse frasi. Stessa dinamica.
Poi un altro. E un altro ancora.
A un certo punto non è più politica. È un pattern.

È da qui che siamo ripartiti.

Qualche settimana fa avevamo raccontato questo ecosistema: una galassia di pagine e gruppi Facebook costruiti attorno al nome della presidente del Consiglio, popolati da contenuti ripetitivi, amministratori difficili da identificare e un livello di attività anomalo.

Il caso è esploso rapidamente.

Anche Giorgia Meloni è intervenuta, segnalando pubblicamente il fenomeno sul suo profilo Instagram. Per qualche giorno, il tema ha attraversato media e timeline.

Poi, come spesso accade, è scomparso.

Non perché fosse risolto.

Perché era stato assorbito dal flusso.

Noi abbiamo continuato a osservare e più si guarda, più la domanda cambia.

Non è più: chi c’è dietro?

Ma perché esiste?

E soprattutto: chi ci guadagna?

La politica come carburante

C’è un equivoco di fondo quando si parla di contenuti politici online: si tende ancora a leggerli solo in chiave ideologica.

Ma le piattaforme non ragionano in termini di idee. Ragionano in termini di reazioni.

Facebook premia ciò che si muove: commenti, condivisioni, conflitti. E pochi ambiti generano movimento quanto la politica, soprattutto quando è polarizzata.

In questo contesto, Giorgia Meloni è un perfetto acceleratore.

Non perché venga amata o odiata, ma perché non lascia indifferenti.
Ogni contenuto che la riguarda produce attrito. E l’attrito, per l’algoritmo, è valore.

L’attenzione come moneta

Dietro gruppi da decine o centinaia di migliaia di iscritti esiste un mercato.

Silenzioso, ma estremamente concreto.

Una community ampia può essere trasformata in:

Il meccanismo è semplice.

Si costruisce pubblico sfruttando un tema ad alta resa.
Poi si decide come convertirlo.

La politica, in questo schema, è solo il punto di ingresso.

La manodopera globale del feed

Scavando ancora, emerge un altro livello.

Una rete diffusa di operatori digitali, spesso localizzati fuori dall’Europa, che gestiscono account, pagine e gruppi su larga scala. Producono contenuti seriali. Testano cosa funziona. Amplificano interazioni. Vendono visibilità. Non servono strutture complesse. Basta capire le regole del gioco.

È per questo che non sorprende trovare amministratori in Indonesia, Pakistan o Bangladesh alla guida di gruppi dedicati alla politica italiana.

Per loro, non è politica.

È traffico.

Quando la propaganda è un modello di business

Qui il quadro si ribalta.

La propaganda, almeno in parte, smette di essere uno strumento politico e diventa un prodotto. Non nasce necessariamente per convincere qualcuno. Nasce perché funziona.

Il volto riconoscibile. Il tema divisivo. Il linguaggio semplice. Tutto è ottimizzato per una cosa sola: generare engagement.

L’ideologia può essere intercambiabile.
La performance no.

In questo sistema, il consenso — vero o simulato — diventa una risorsa.

Un asset da accumulare, non un fine da raggiungere.

Un nome, un brand

È importante chiarirlo: non ci sono elementi per dire che Giorgia Meloni controlli o coordini queste reti.

Ma il punto non è questo.

Il punto è che il suo nome funziona.

Funziona come un brand ad alta resa dentro un’economia che trasforma visibilità in valore.

E come ogni brand efficace, può essere utilizzato anche da soggetti esterni.

Non per sostenere.
Per capitalizzare.

Un caso emblematico

Per capire come questo meccanismo si traduca nella pratica, abbiamo seguito una traccia concreta.

All’interno del gruppo Facebook “Giorgia Meloni”, uno dei più attivi, emerge un profilo particolarmente prolifico: Elisabeth Freya.

Secondo i dati di Meta, l’account risulta localizzato in Indonesia.

Dal profilo si passa a Instagram.
Da Instagram a un Linktree.
E lì la traiettoria cambia completamente.

Corsi di marketing. Life coaching. Business coaching.
Tutto riconducibile a Suwandi Chow, imprenditore digitale attivo nel settore AI e marketing.

In questo caso, la politica è solo l’esca.

L’obiettivo è altrove.

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Il capitalismo delle emozioni

Dentro le piattaforme, ogni emozione è monetizzabile.

Rabbia, entusiasmo, indignazione, appartenenza: tutto può essere convertito in traffico.

L’utente pensa di partecipare a una battaglia.
In realtà, spesso sta alimentando una catena produttiva.

Ogni interazione, anche quella critica, contribuisce allo stesso risultato: amplificare il contenuto.

L’algoritmo non distingue tra convinzione e sfruttamento. Misura solo l’intensità.

La domanda che resta

Forse questi gruppi sono popolati anche da sostenitori autentici.
Forse sono reti opportunistiche.
Forse entrambe le cose si sovrappongono.

Ma dopo aver attraversato questo sistema, la prospettiva cambia.

Non si tratta più solo di capire chi sostiene chi.
Si tratta di capire chi usa cosa.

Giorgia Meloni è davvero al centro di questo ecosistema?

O è diventata, semplicemente, uno degli asset più performanti del capitalismo digitale applicato alla politica?