Sei diventato un NPC.

Ho un problema con la droga e con il turismo.

Probabilmente Tutti Fenomeni aveva capito qualcosa.
Perché droga e turismo condividono una caratteristica fondamentale: funzionano meglio quando sospendono la realtà.

La droga trasforma il mondo in un’esperienza.
Il turismo trasforma l’esperienza in un mondo.
E l’Italia del Terzo Millennio sembra aver scelto di vivere esclusivamente della seconda.

A un certo punto il Paese ha smesso di essere un Paese.
È diventato una scenografia. Una gigantesca Disneyland cattolica.

Una piattaforma esperienziale a cielo aperto.
Una sorta di parco tematico in cui gli italiani recitano sé stessi per il pubblico internazionale.

Roma.
Firenze.
Venezia.
Cinque Terre.
Lago di Como.
Napoli.
Non città.
Set cinematografici.

Il turista contemporaneo è una creatura affascinante.

Non viaggia: consuma luoghi.

Li attraversa come un algoritmo scorre un feed.
Tre secondi.
Una foto.
Una recensione.
Una storia Instagram.
Avanti il prossimo.
La Basilica.
Il museo.
La pizza.
Lo spritz.
La carbonara.
L’autenticità.
Tutto nello stesso pomeriggio.
Possibilmente entro le 17:30.
Perché alle 18 c’è il transfer.

I turisti sono i veri NPC del Terzo Millennio.
Molto più dei commentatori politici.
Molto più dei fanatici ideologici.
Molto più degli utenti LinkedIn.
Li osservi e sembrano generati proceduralmente.
Americano in canottiera.
Tedesco color gambero.
Russo milionario con scalo a Istanbul.
Influencer australiana in cerca di spontaneità.
Coppia giapponese che fotografa una porta.
Tutti seguono la stessa questline.
Tutti cercano la stessa esperienza unica, identica a quella di altri tre milioni.

La parte più straordinaria è che il turismo viene sempre raccontato come una benedizione.
Porta ricchezza.
Porta sviluppo.
Porta opportunità.

Certo.

Come una cavalletta porta biodiversità.

Perché il turista contemporaneo non cerca l’Italia: cerca la propria idea dell’Italia.
E pretende di trovarla intatta.

Vuole la nonna.
Vuole la Vespa.
Vuole il bucato steso.
Vuole il limoncello.
Vuole il mandolino.
Vuole il tramonto.
Vuole il folklore.
Vuole l’autenticità preconfezionata.
Come chi entra in uno zoo e si arrabbia se gli animali non collaborano.

L’Italia sta diventando un Paese abitato da comparse.
I residenti vengono progressivamente espulsi.
Gli affitti esplodono.
I centri storici diventano showroom.
Le botteghe diventano concept store.
I bar diventano brunch.
Le case diventano Airbnb.
Le città diventano contenuti.
E i contenuti devono essere sempre ottimizzati.

La scena perfetta del Terzo Millennio è probabilmente questa:
Un americano che paga trenta euro per una American Breakfast a Firenze.
Uova.
Bacon.
Pancake.
Sciroppo d’acero.
Caffè annacquato.
Poi lascia una recensione a una stella:
“Non sembrava autentico.”
Autentico.
In Toscana.

Mentre mangia una colazione del Wisconsin.
L’impero è una malattia che perde il senso dell’umorismo.

La cosa più inquietante non è nemmeno il turismo.
È il modo in cui tutti hanno iniziato a ragionare come turisti.
Anche gli italiani.
Anche nei propri quartieri.
Anche nella propria vita.
Tutto deve essere fotografabile.
Condivisibile.
Esperienziale.
Narrabile.

Nessuno abita più i luoghi: li attraversa.
Come se fosse sempre di passaggio.
Come se la permanenza fosse diventata una forma di fallimento.

Il turista non cerca la verità.
Cerca conferme.
Vuole trovare esattamente ciò che aveva immaginato.
Per questo è il cittadino perfetto dell’epoca algoritmica.
Non scopre: verifica.
Non osserva: convalida.
Non vive: consuma.

Eppure il vero problema non sono i giapponesi.
Non sono i tedeschi.
Non sono i russi.
Non sono gli americani.
Il vero problema è che stiamo diventando come loro.
Passeggeri permanenti.
Ospiti della nostra stessa esistenza.
Clienti del mondo.

Turista terrorista.
Non perché distrugga i monumenti — sarebbe troppo semplice.
Li trasforma in sfondi.
Che è una forma molto più sofisticata di vandalismo.

E mentre milioni di persone attraversano l’Italia alla ricerca di qualcosa di autentico, il Paese continua lentamente a svuotarsi proprio di ciò che erano venuti a cercare.
La vita.

Quella vera.
Quella che non si fotografa.
Quella che non lascia recensioni.
Quella che non ha cinque stelle.
Quella che, proprio per questo, valeva il viaggio.