Esiste una forza invisibile che tiene insieme il Terzo Millennio.

Non è il capitalismo.

Non è internet.

Non è l’intelligenza artificiale.

È il CAZZOMENE.

Una sostanza inodore.

Incolore.

Democratica.

Si deposita ovunque.

Negli uffici.

Nei negozi.

Nei condomìni.

Nelle chat di lavoro.

Negli studi medici.

Nei comuni.

Perfino nelle famiglie.

È probabilmente il sentimento politico più diffuso del nostro tempo.

Porti la macchina dal meccanico.

“Tra un mese.”

L’idraulico conferma.

Poi sparisce.

L’elettricista visualizza.

Il muratore promette.

Il corriere suona.

Ma è già andato via.

Il commesso ti guarda come se stessi interrompendo qualcosa di molto importante.

Che naturalmente consiste nel guardare il telefono.

Forse è ancora meglio lui dei buttadentro di Piazza Navona.

Ma quella è un’altra religione.

Il bello è che non sembra esserci cattiveria.

Nemmeno incompetenza.

C’è qualcosa di molto più moderno.

Una gigantesca indifferenza organizzata.

Nessuno vuole fregarti.

Semplicemente nessuno vuole occuparsi di te.

La frase simbolo del secolo non è più:

“Come posso aiutarla?”

È:

“Eh.”

Oppure.

“Vediamo.”

Oppure.

“Le faccio sapere.”

Naturalmente non lo farà.

E nessuno si sorprenderà

Il cazzomene è diventato una forma di galateo.

Non litighi.

Non protesti.

Non pretendi.

Hai interiorizzato che le cose funzionino male.

Ti adegui.

Ringrazi persino quando qualcuno svolge il proprio lavoro.

Come se fosse un favore personale.

Anche il cliente ha smesso di essere cliente.

È diventato un disturbo.

Entri in un negozio.

Interrompi una conversazione.

Disturbi un reel.

Spezzi una pausa sigaretta.

Ti senti quasi in colpa per aver bisogno di comprare qualcosa.

Il commercio è l’unico posto dove il compratore chiede scusa al venditore.

La cosa più inquietante è che il cazzomene non riguarda soltanto il lavoro.

Riguarda tutto.

Le amicizie.

Le relazioni.

La politica.

Le città.

Le parole.

Le promesse.

Ci siamo lentamente convinti che niente meriti davvero di essere fatto bene.

Che tanto è uguale.

Che tanto chi se ne accorge.

Che tanto passa.

Forse siamo la prima civiltà che non sogna più di costruire cattedrali.

Nemmeno metaforiche.

Ci basta che il Wi-Fi prenda.

Che il bonifico arrivi.

Che il pacco non venga perso.

Abbiamo abbassato le aspettative fino a trasformarle in una forma di serenità.

Poi, ogni tanto, succede una cosa stranissima.

Incontri qualcuno che il proprio lavoro lo ama davvero.

Un libraio.

Un falegname.

Una cameriera.

Un tassista.

Un medico.

Uno che ti guarda negli occhi.

Che ti richiama quando dice che ti richiamerà.

Che arriva all’ora stabilita.

Che fa le cose con attenzione.

Rimani quasi spaventato.

Sembra un visionario.

Un fanatico.

Un estremista della normalità.

Forse la vastità del cazzomene non nasce dalla pigrizia.

Nasce dalla sensazione che niente cambi davvero.

Che fare bene o fare male produca lo stesso identico risultato.

È il nichilismo applicato alla vita quotidiana.

Una forma di resa senza dichiarazione ufficiale.

Eppure ogni tanto qualcuno continua ostinatamente a fare bene il proprio mestiere.

Non diventerà ricco.

Probabilmente non diventerà nemmeno famoso.

Ma compie un gesto profondamente sovversivo.

Si prende cura di qualcosa.

In un’epoca che si prende cura soltanto di sé stessa.

Forse la rivoluzione non comincerà con un manifesto.

Comincerà il giorno in cui l’idraulico arriverà alle nove.

E alle nove.

Suonerà davvero il campanello.